Tu forse giovane non sei stato mai

Nel pacco di LP sopravvissuti ai tanti traslochi ne sono restati due di Guccini: “L’isola non trovata” e “Radici”. Credevo fossero di più, perché l’ho ascoltato davvero tanto. Sono abbastanza sicuro di aver posseduto anche “Stanze di vita quotidiana”, “Via Paolo Fabbri 43” e “Metropolis”. Di questo, in particolare, ricordo che non mi era piaciuto ed è stato l’ultimo suo che ho comprato.

Allora facevo così: se un autore mi piaceva compravo i suoi dischi a scatola chiusa, appena sentivo che erano usciti, e se qualcuno mi deludeva l’amore finiva lì.

Con la produzione successiva non ho quindi dimestichezza. L’ho ascoltata distrattamente, giusto quanto bastava per convincermi che quello che Francesco Guccini aveva da dire, sia musicalmente che concettualmente l’aveva detto con i primi album e ora si stava crogiolando col successo giustamente avuto, tirando fuori cose simpatiche, ma lontane dalla potenza di quelle prime manifestazioni.

E di cose ne aveva dette. Cose importanti, a giudicare da quanti scorci di suoi brani hanno ricamato tutto il corso della mia esistenza. Quante volte, nelle occasioni più disparate, mi son tornate in mente frasi come: “Fingo di aver capito che vivere è incontrarsi, aver sonno, appetito, far dei figli, mangiare, bere, leggere, amare … grattarsi”, o “Sì è sposato, fa carriera ed è una morte un po’ peggiore”.
Le sue canzoni sono fortemente legate alla nostalgia (chi non ha nostalgia di quando aveva vent’anni?). Molte erano nostalgiche, potremmo dire, “per costruzione”. La mettevano sul palco la nostalgia. Canzoni come Eskimo o Incontro sembrano progettate per attivare ricordi.

Viene dipinto come cantautore politico. Forse lui stesso si sarebbe definito così. Io l’ho sempre visto piuttosto come uno capace di indagare e raccontare il vissuto di una persona giovane di quel tempo, e che, forse, da questo vissuto ha distillato qualcosa di abbastanza universale da avere significato anche per generazioni diverse. Quel vissuto è politico in quanto la persona raccontata, indagata, lo era. Viveva in un substrato intriso di politica, e questo viene fuori dalle canzoni, ma non sono canzoni di impegno politico. Neanche “La Locomotiva”.
A me non ha stupito, quindi, sentire anche una Giorgia Meloni raccontare di aver amato queste canzoni. Intendiamoci, sono convinto che abbiamo un governo di incapaci e di “inguardabili” per moltissimi versi, e non vedo l’ora che gli italiani rinsaviscano e trovino qualcuno di più decente da cui farsi rappresentare. Ma mi ha dato fastidio la reazione di chi si è sentito offeso. Da chi “è l’unico che può capirlo”.

Tra l’altro, se c’è un significato politico in una canzone come “La Locomotiva” qual è ? Che approviamo l’uso della violenza, del terrore, per combattere l’ingiustizia ? Mi sembra una cosa a cui si debba prestare molta attenzione perché nell’uso dell’accoppiata esplosivi e treni per sostenere una causa hanno dimostrato di essere più esperti a destra ….

Ho rivisto la registrazione delle interviste di Diego Bianchi a Francesco, a Pavana, e anche la sua apparizione a Propaganda Live. Faceva tenerezza vedere questo uomo vecchio, circondato dalla reverenza, dall’ammirazione per le sue opere passate mentre mostrava, senza imbarazzo bisogna dire, i limiti imposti dall’età e dalla malattia. Sembrava in qualche modo la continuazione di un discorso iniziato con quelle canzoni. Una riflessione sul tempo, sull’età, sulla condizione umana, qui incarnata quasi in un “Ecco, vedete? E sorrido ancora”.

Pensando che se n’è andato non posso fare a meno di ricordare la canzone “L’uomo”, con le sue rime serrate che insieme raccontano e ironizzano e normalizzano anche il tabù della morte.


Svelti accorrono gli astanti: “Com’è morto?”, “Com’è andata?”

Sfrigolava ormai sui pianti la candela già bruciata;

gli composero le braccia, si ravviò la rada chioma,

ondeggiava sulla faccia del rosario la corona:

restò solo qualcosa che volò

nell’aria calma e poi svanì

per dove non sapremo mai,

mai, mai, mai, mai, mai…

 

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