Il brano che ho letto ieri al saggio di fine anno del Corso di Scrittura Creativa di Debora Bocchiardo.
È in parte autobiografico, lo schiaffo di mia madre, esattamente per quel motivo, lo ricordo ancora bene. Lo ricordo come “fine dell’infanzia”, prendere coscienza che anche quella pazienza, che avevo creduto infinita, aveva un limite.
Linee
I
Era solo un tic nervoso secondo il dottore. Mi aveva prescritto un ricostituente.
Il costo di quella visita e delle medicine era tra le tante spese che l’economia familiare non avrebbe permesso, ma che mia madre affrontava lo stesso, convinta che per il futuro dei figli valesse la pena di avere qualcosa di meno appetitoso in tavola, vestiti meno eleganti per lei e, soprattutto, preoccupazioni in più a fine mese, quando l’ammontare delle bollette e dell’affitto superavano quello che era rimasto degli stipendi.
Ma quella volta il trascinarmi da uno specialista era dovuto anche a esasperazione. Mi ricordo ancora lo schiaffo che mi aveva dato, in mezzo a passanti stupiti, sotto i portici di Corso Vittorio Emanuele. Era la prima volta che mi picchiava, e non sarebbe mai più successo. La povera donna non ce l’aveva proprio più fatta, mentre camminava di fretta, già in ritardo per il lavoro, mentre mi accompagnava a scuola, a tenere per mano uno che invece di rendersi conto del ritardo e collaborare, era impegnato a saltare le linee.
Le linee erano quelle che univano le lastre di pietra o le piastrelle dei marciapiedi.
E io non potevo pestarle.
Non credo fosse un tic, era, forse, una religione, o una mia personale indagine sui misteri dell’universo. Il fatto che il mondo fosse solcato da tutte quelle righe, così precise, così evidenti e spesso armoniose, non poteva essere privo di importanza. Secondo me era indizio di misteri nascosti, che la gente trascurava e che io, invece, ero chiamato a valorizzare. Una vocazione insomma. Certo non potevo pretendere di far aderire mia madre ad un progetto in fase cosi embrionale di maturazione. Avevo così accettato di restare sacerdote invisibile di questa nuova fede, e prendevo gli integratori.
II
Il violino arrivò a tredici anni, di seconda mano, da uno zio che aveva smesso di suonare per ragioni che in famiglia non si raccontavano. Aveva una crepa sottile sulla cassa e un suono un po’ velato, come se parte del suono lo producesse in un altro universo. Mia madre accolse la cosa con una specie di sollievo: almeno non era una vocazione costosa.
Mi resi conto presto che la musica era fatta delle stesse linee dei marciapiedi. Solo che adesso le linee non stavano più sotto i piedi: avvolgevano le cose, le tenevano insieme, ne rivelavano l’anima. Una sinfonia non era altro che un fascio di percorsi tracciati nell’aria, e i musicisti erano lì per non pestarli. Bach, soprattutto Bach, era il maestro di questa geometria invisibile. Il preludio in Re minore del primo libro del Clavicembalo Ben Temperato lo ascoltai per la prima volta in una registrazione gracchiante, alla radio, e capii subito che era la cosa più vicina al mistero che avessi mai incontrato. Quelle terzine che si rincorrono senza mai arrivare, quella corrente che scorre sotto e che ogni tanto affiora in un accordo più pieno, come una pietra che spunta dal letto del fiume: era così che il mondo era fatto. Bach aveva visto le mie stesse linee, e sapeva raccontarle.
Entrai in un’orchestra di provincia, una di quelle che suonano in teatri con la moquette stinta. Lo stipendio era quello che era; per arrotondare davo lezioni di pianoforte a bambini quasi tutti svogliati. Per i parenti più lontani ero rimasto un ragazzo a cui non era andata bene. Io mi sentivo nel posto giusto, non avrei cambiato niente.
Durante le prove succedeva qualcosa che fuori non succedeva mai. C’era un istante, di solito al secondo o terzo passaggio di un brano, in cui le linee diventavano visibili anche agli altri. Lo si capiva dalle spalle del primo violino che si abbassavano di un dito, dal direttore che smetteva di lavorare e iniziava a sognare. Per un minuto, forse due, eravamo tutti sullo stesso marciapiede. Poi qualcuno tossiva, una sedia scricchiolava, e il marciapiede si frantumava di nuovo. Ma quel minuto c’era stato.
Fuori dal teatro vedevo la gente muoversi contro tempo, calpestare le linee sbagliate senza accorgersene, ridere e preoccuparsi ad un ritmo che non era quello del respiro che li teneva in vita. Era una danza scandita da un suono basso e continuo che pochissimi sentivano: il respiro dell’universo, mi piaceva chiamarlo così. Le persone erano belle proprio per questo, perché ballavano senza saperlo.
Le donne furono il problema, o meglio non loro: scoprii presto che il problema ero io. Una violoncellista con cui suonai per due stagioni mi fece pensare per qualche mese che forse anche lei vedesse. Le facevo ascoltare il preludio, le mostravo i punti in cui la corrente si moltiplica, lei sorrideva e diceva cose intelligenti, ma erano cose imparate. Non vedeva. Mi tirai indietro per affetto: non avrei sopportato di camminarle accanto per anni e vederla pestare le linee senza poterle dire niente. Restai solo, e non fu un dramma.
III
La guerra arrivò come arrivano le guerre, cioè con la noncuranza di chi non sa quello che fa e la determinazione di chi crede di saperlo benissimo. Mi ritrovai in trincea con le mani da violinista che si screpolavano al freddo e che cercavo di proteggere come potevo, perché mi dicevo che dopo, quando tutto fosse finito, avrei dovuto tornare a suonare.
Anche lì le linee c’erano. La storia, pensavo, nei momenti in cui riuscivo ancora a pensare, è un susseguirsi di guerre, e ogni guerra è una battuta della stessa partitura. Sembra rumore, e a un primo ascolto lo è. Ma se uno sta zitto abbastanza a lungo sente che anche il rumore è codificato. Non per giustificarlo: per accoglierlo.
Simone aveva ventidue anni e veniva dalla provincia di Cuneo. Suonava la chitarra, male, ma aveva un orecchio buono, e nelle pause si faceva spiegare le inversioni degli accordi. Si era attaccato a me di quell’attaccamento un po’ filiale che i ragazzi prendono per uomini che potrebbero essere i loro padri ma non lo sono. Non avevo avuto figli e non avrei mai dovuto averne, ma quel ragazzo magro con il colletto della divisa sempre fuori posto mi aveva trovato lo stesso.
L’ordine arrivò una mattina di nebbia bassa: prendere un avamposto trecento metri più avanti, un casolare diroccato che secondo i superiori avrebbe cambiato qualcosa. Il comandante urlò l’ordine e partimmo, una ventina, di corsa, attraverso un prato che a guardarlo da lontano sembrava un prato qualunque. Il fuoco nemico era poca cosa, raffiche brevi e mal puntate. Pensai, mentre correvo, che molti di noi ce l’avrebbero fatta.
Il boato lo sentii prima di capirlo. Una colonna di terra si alzò a venti metri sulla mia sinistra, e due dei nostri smisero semplicemente di esistere. Mi gettai a terra. Quando rialzai la testa vidi Simone seduto nell’erba a metà strada, le mani sulla coscia, un’espressione più di sorpresa che di dolore. Gli altri avevano già raggiunto il muretto del casolare, oltre il campo minato. Simone era esposto.
Pensai, con una chiarezza che mi sorprese, ai marciapiedi di Corso Vittorio. Le rividi, quelle linee, posate sul prato come se qualcuno le avesse disegnate apposta per me, sottili e precisissime, fra una zolla e l’altra. Erano sempre state lì.
Mi alzai. Da fuori dovevo sembrare un pazzo, perché il tracciato che seguivo zigzagava in modo che ai miei compagni appariva suicida: piegavo a sinistra dove sembrava di dover andare diritti, scartavo zolle dall’aria perfettamente innocua. Per me era ovvio. I piedi sapevano. Arrivai a Simone senza averlo deciso, lo caricai in spalla, pesava meno di quanto avessi temuto, era ancora un ragazzo. Il sentiero che solo io potevo vedere proseguì oltre, verso il muretto. La mitragliatrice continuava a cantare, e il suo canto adesso si accordava con il mio passo. Non andavo a tempo io con lei: andavamo insieme a tempo con qualcos’altro.
Raggiunsi il riparo. Qualcuno mi tolse Simone dalle spalle, qualcun altro mi diede una pacca, sentii delle voci dire eroe, miracolo, pazzo, le tre cose insieme. Li sentivo in lontananza: ero in un altro universo.
Solo allora mi accorsi del sangue. Una linea rossa che usciva da sotto la giacca e cercava la sua strada nel fango, esitava davanti a una zolla, la aggirava, si divideva in due rivoli più sottili. Un proiettile mi era passato attraverso il petto in un momento qualsiasi del tragitto, e io non l’avevo sentito. Una linea che non avevo visto: quella di tiro, l’unica della giornata che mi fosse sfuggita.
Mi appoggiai al muretto e guardai il rivolo. Si sfrangiava ancora, raggiungeva una pozzanghera, vi si scioglieva, e dalla pozzanghera un altro rigagnolo, d’acqua piovana stavolta, scendeva verso il prato, e dal prato chissà dove. Non c’era differenza tra il mio sangue e l’acqua e il fango. Non c’era differenza tra le linee che separavano le pietre del corso e le linee del prato e le terzine del preludio. Era tutta la stessa partitura. Lo avevo sempre saputo, da quando a sei anni saltavo sotto i portici di Corso Vittorio, ma lo avevo saputo come si sa una cosa per sentito dire. Adesso lo sapevo come si sa di avere due mani.
Il rivolo trovò un’altra zolla, la aggirò, proseguì.
Io gli andai dietro.
Molto bello!
Ben scritto
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