La presentazione a Fiorano

Qualche pensiero a valle della presentazione del romanzo “Non tutti nella capitale” a Fiorano.

video della presentazione

Tecnica

Esperienza caruccia anche il montaggio del video.

Paolo con la sua reflex aveva ripreso la presentazione, registrando anche l’audio direttamente dal microfono wireless che avevo addosso. Laura ha effettuato la ripresa dal balconcino col cellulare, spaziando un po’ sui presenti e, con angolatura diversa, su me e Daniela che conduceva l’intervista.

Questi microfoni DJI sono fantastici, dovrebbero usarli per tutto l’evento. A parte l’assenza di cavi non ti costringono a parlarci dentro e restano comunque molto selettivi rispetto ai rumori ambientali. Il risultato è stato che si sente bene nel filmato anche la mia voce, nonostante la mia imperizia scenica.

Insomma, mi son trovato con due flussi video da mescolare e due flussi audio di cui dovevo usarne uno solo. Non avevo idea di come farlo e ho chiesto alla solita AI (in questo caso Gemini), che mi ha guidato a installare sul Mac “DaVinci Resolve”, un famoso programma di editing video, piuttosto complesso da usare. Seguendo le istruzioni, dopo un’oretta di lavoro avevo il filmato pronto. Avrebbe potuto essere migliore (avrei potuto stupirvi con effetti speciali): magari un titolo non avrebbe guastato, come qualche commento sottotitolato.

La differenza di taratura colore tra le due sorgenti video resta evidente: le scene riprese dal cellulare risultano meno sature. Ma ho preferito privilegiare il “time to market”, e habemus videum.

Lo show

Buttare sul palco una persona timida è la garanzia di ottenere vocette stridule e un articolazione impacciata delle parole. Riguardando il video mi salta all’occhio la mia bella panzotta che certo non fa physique du rôle da scrittore (ma non sto cercando mugliera e va bene così).

La cosa che mi infastidisce di più, invece, è di essere stato talmente nel pallone da non riuscire a esprimere alcune cose decentemente (eh sì, la scrittura ha tutta un’altra “banda passante”, per dirla alla tecnologica), e nemmeno a cogliere gli assist che la bravissima Daniela Negro mi ha offerto.

Insomma, questo post è una specie di “Errata Corrige” del video.

La presentazione del libro, se lo scopo era incuriosire qualcuno a darci un’occhiata, poteva anche passare, ma sicuramente non sono riuscito a esprimere la parte più sostanziosa.

Il problema

Nella presentazione ho detto che la spiritualità è una cosa importante per me, ho giustificato questa importanza dicendo che per risolvere i grandi problemi dell’umanità – le guerre, la crisi climatica (e aggiungerei il modello di vita che proponiamo alle nuove generazioni) – serve una crescita personale degli individui, un coltivare le coscienze degli uomini.

Ora mi posso immaginare un non credente che mi risponde “Ok, su questo siamo d’accordo, ma io lo chiamo educazione. Non c’è bisogno che sia un’educazione religiosa o spirituale: tante persone non credenti hanno solidi principi morali”.

Di fronte alla stessa affermazione un credente risponderebbe: “Certo, la mia Chiesa dice esattamente la stessa cosa”.

Eppure i problemi di cui sopra continuano a esserci e sembra anzi che aumentino sempre di più. Dove sta il problema?

Secondo me nel fatto che questi principi morali sono esterni. La visione dell’uomo che entrambi i gruppi hanno mi sembra essere quella di una belva da ammaestrare e l’etica è la frusta che tenta di assoggettarli.

No, neanche per i credenti l’etica nasce dall’interno, anche se molti credenti affermano il contrario. È vero che nessuno ti obbliga a credere e quindi qualsiasi costrizione etica di natura religiosa di fatto ognuno se la auto-impone. Ma resta comunque esterna, deriva quando va bene da un senso di riconoscenza verso un’astrazione, quando va male dalla paura. Il manifesto della religione Cattolica, ad esempio, è grosso modo questo: Dio ci ha creati, e per dovere di riconoscenza dobbiamo vivere secondo i suoi comandamenti (e comunque se non lo facciamo c’è una punizione in attesa).

Pur nel rispetto di chi abbraccia questa visione, a me appare poco convincente. Soprattutto perché tendo a vedere le costruzioni religiose come opere intrinsecamente umane.

Sono uomini come noi che hanno stilato quei comandamenti, che hanno inventato quelle punizioni. Esattamente come nel caso dei non credenti: i pensieri guida che ci diamo li prendiamo da chi è vissuto prima di noi. Non che siano necessariamente sbagliati, sono probabilmente il meglio che si poteva tirar fuori nell’epoca in cui sono nati. Ma restano limitati, migliorabili.

Detto questo non è che abbia una soluzione da offrire: anche quello che proverò a dire ora deriva da pensieri di altri uomini e avrà tutti i limiti del caso. Semplicemente quello che vedo sono due gruppi di persone che cercano di risolvere lo stesso problema e, anziché cercare sinergie, sprecano tempo a combattersi. Quindi ci provo.

Una vaga idea di soluzione

Cominciamo a ribaltare il messaggio religioso. Cominciamo da quel “Dio ci ha creati”. Potremmo, in teoria, già fermarci alla parola “Dio”, sulla cui esistenza o meno si sono spesi fiumi di parole, ma le trovo parole inutili. Che un Dio esista non lo possiamo né affermare né negare. Ma che esistano cose che la razionalità non sa almeno per il momento spiegare è altrettanto certo. Pensate alla coscienza, o alla bellezza.

Quindi diamolo, per un momento, come accettato il fatto che viviamo immersi in un mistero, in una nebbia che non riusciamo a dissolvere. Se ti svegli un mattino avvolto nella nebbia, magari con un amnesia per cui non ricordi niente, non è che pensi “Qualcuno mi ha creato”. Pensi “Sono in mezzo a qualcosa che non capisco”, cominci a curiosare in giro per capirci qualcosa.

Poi incontri altre persone e, di nuovo, non pensi “Qualcuno ci ha creati”, cominci a scambiare informazioni con loro, “là c’è una strada”, “da quella parte si sente il rumore di un fiume”, “ho trovato qualcosa da mangiare”.

La nostra vita è questa nebbia, secondo me. Magari non ce ne accorgiamo, presi dagli stimoli quotidiani e dalla danza insensata della società. Ma basta fermarsi un istante per percepirla.

E insieme alla nebbia, si percepisce anche uno sprazzo di luce, qualcosa in grado di fenderla. Una luce fievole, incerta, ma che abbiamo dentro.

C’è un concetto che è in qualche modo sottinteso a qualsiasi religione, e che, seppure più in sordina, credo appartenga anche al pensiero di molti non credenti: noi, come singoli individui, non siamo così importanti. Continueremo a nascere e a morire senza aver capito molto, senza aver cambiato davvero il corso della storia.

Quello che invece può avere importanza è l’umanità nel suo insieme, o meglio ancora il mondo intero. La nebbia si dirada quando ci riconosciamo parte di un sistema più vasto. I nostri drammi personali e persino la nostra esistenza si ridimensionano di fronte alla grandezza del tutto di cui facciamo parte.

Ed è proprio da quel punto di vista che la nostra fiammella interiore comincia a brillare: perché si unisce, si rafforza, si alimenta delle altre fiammelle che ci circondano.

E questo, qui parlo da credente – è lo stesso sguardo che ho affidato a Enzo Gianelli nel romanzo – non sminuisce l’idea di un rapporto diretto col Creatore, per chi lo sente necessario. Anzi: credo che sia lo stesso movimento interiore. Guardare al mondo da quell’angolazione significa proprio cercare di vederlo dalla prospettiva di Dio.

Evoluzione e Cultura

E allora l’unico modo di uscire dalla nebbia, di cominciare a capirci qualcosa, è di prestare attenzione al percorso dell’umanità nel suo insieme, nella sua storia.

In questo blog sto coltivando un’idea: interpretare il momento che l’umanità sta vivendo oggi come il tentativo di superare l’evoluzione. (vedi Evoluzione contro Cultura)

Per oggi intendo alcune migliaia di anni, davvero le nostre vite sono insignificanti anche come durata. L’evoluzione, la modifica pseudo-casuale del nostro DNA accompagnata dalla selezione naturale, ci ha guidati ad essere quello che siamo.

Da quando, chissà come, abbiamo sviluppato un’intelligenza, stiamo provando ad affrancarci dall’evoluzione stessa. Lo facciamo guidati da quelle fiammelle interiori di cui parlavo sopra, immaginando un modo nuovo di esistere.

Quello che ci rallenta sono proprio gli istinti che ci hanno permesso di arrivare fin qui. L’avidità, la lussuria, la rabbia, la paura: sono serviti egregiamente all’animale per diventare uomo.

Altri istinti, come la compassione, ci servono ancora (don Luca, nel romanzo, li chiama istinti collettivi in un discorso ai suoi ragazzi) e dobbiamo coltivarli. Degli altri stiamo cercando il modo di liberarci.

Concetti religiosi come il peccato, o le stesse leggi, gli insegnamenti dei grandi Maestri dell’umanità – compreso Gesù di Nazareth – sono strumenti utilizzati in questo senso. Non tutti efficaci, magari: io sul concetto di peccato ho grosse remore e preferirei puntare sul concetto opposto, quello di gioia.

Ma la prospettiva, secondo me, è valida e può essere alla base di un lavoro che credenti e non credenti possono affrontare insieme.

Ma chissei

Un’ultima nota che credo sia importante aggiungere. Con Daniela Negro ci siamo conosciuti appena prima dell’evento. Abbiamo fatto due chiacchiere per capire che taglio dare, se c’erano cose particolari che avrei voluto affrontare.

E lì, dopo che ho provato a presentare a lei la parte “seria” del romanzo, mi ha chiesto: “Ma tu che preparazione hai, a che titolo vuoi parlare di queste cose?”. Forse non sono le parole esatte che ha usato, ma il senso era quello. Poi la domanda non me l’ha fatta in pubblico: non deve esserle piaciuta la risposta.

Perché la risposta è stata “Assolutamente nessuno”.

Non ho assolutamente nessun titolo per parlare di queste cose, se non il fatto di averci riflettuto a lungo, di averne fatto una ricerca personale per tutta la vita.

Mi chiedo però quali potrebbero essere i titoli più affidabili. Qui stiamo parlando di un tema che incrocia religione, filosofia, fisica, medicina, scienze sociali, psicologia, politica, storia e chissà quante altre discipline, forse l’essere esperti di una o poche di queste può essere addirittura controproducente a tentarne una sintesi (se vai da un chirurgo con qualsiasi malattia lui ti propone di sottoporti a un’operazione).

Sono convinto che una ricerca sul senso della vita sia qualcosa che tutti siamo chiamati a fare. Qualcosa su cui sarebbe bene che chiunque sente di aver qualcosa da dire lo facesse. Alla peggio sarà stato inutile.

E se qualcuno che esperto in qualche sfaccettatura del tema vorrà provare a correggermi sarò lieto di fare tesoro dell’insegnamento.

Questo blog è il mio tentativo di attraversare la nebbia insieme a chi vorrà farlo con me.

13 pensieri su “La presentazione a Fiorano”

  1. Visto il titolo e l’incipit pensavo che fosse un articolo di pura cronaca dell’evento.
    E mi piaceva, lo aspettavo, te lo avevo chiesto.
    E ti avrei risposto grosso modo con i commenti che ti ho già fatto via social media: “sei stato grandioso! Partito (ovviamente) in sordina e vocina, ma poi via! sciolto, con la forza delle tue idee”.

    Proseguendo con la lettura ho invece capito che volevi approfondire alcuni argomenti più interessanti, anzi l’Argomento più pregnante, segno distintivo del tuo blog: la spiritualità.

    Vado però subito al punto: senza giri di parole e dopo averti fatto i meritati complimenti (innanzitutto per il libro, oltre che per la presentazione), ti dico quello che ritengo sia un tuo difettuccio.
    È emerso anche da quanto hai detto nell’intervista: tendi troppo a dividere tutto in bianco e nero. O meglio, che gli altri siano due fazioni di bianchi e di neri, a metà. E tu ti poni al centro.
    Ma questa visione fortemente self-antropocentrica può attribuirsela anche l’ateo il credente o ogni agnostico, con altrettante valide soggettive motivazioni.

    Ad es., per quanto mi riguarda, posso dirti che qui accenni al peccato e alla gioia. Bene, io quando (sempre più di rado) mi è capitato di sentire preti che inveiscono di peccato dal pulpito e minacciano punizioni, non dico che esco da quella chiesa, ma certo non ci torno lì.
    La mia esperienza di fede, sia nelle comunità religiose che frequento sia in tante omelie che ascolto, è appunto di gioia, di piacere nel sentirsi figli amati. Tu lo definiresti “sentirsi parte della Natura panteistica”, ma forse non siamo così distanti.
    Come ti ho già detto altre volte, spesso mostri di avere una visione sbagliata della Chiesa, come fosse rimasta alle posizioni pre-conciliari. Forse hai ricordi molto vecchi delle tue frequentazioni cristiane; o forse sei sfortunato ad aver beccato anche recentemente preti del “penitenziagite!” 😊

    Insomma, non dico i battezzati (che sono già minoritari ormai), ma addirittura i Cristiani praticanti saranno il 2 o 3% della popolazione.
    E tu credi che il problema di una società che non è spirituale, etica, solidale, utopistica come vorresti (come tutti vorremmo) sia quel 2%? O dall’altra parte un analogo 2% di atei fieri e convinti?
    E non sia piuttosto il restante 96% (meno uno: te) che vivacchia in mezzo, senza voglia né bisogno di darsi etichette, di cui molti non si pongono nemmeno la questione “chi sono io, chi sono gli altri, perché siamo qui”?

    PS: A proposito di etichette, pensa che io probabilmente non sono nemmeno in quel 2%, ma magari ricado nel 96!

    1. Mi piace ** self-antropocentrica**. Difficile sfuggirci: ognuno di noi si sente “al centro del mondo”. Forse addirittura giustamente, è l’unica posizione da cui possiamo fare qualcosa.
      Hai ragione comunque. Il problema è quel 96%. Ma credo ci sia anche un problema di “sale della terra” insipido, di “luce del mondo” un po’ spenta.
      Il fatto è che proprio agli occhi del 96% l’unica etichetta che parla di spiritualità è quel 2%. È una grossa responsabilità, perché non è più in grado di attirare nessuno, io, almeno, faccio molta fatica a trovare nella Chiesa istituzionale qualcosa di genuino. Sono sicuro che ci sono molti religiosi e laici che sono meglio di come li descrivo qui, ci sono sicuramente quelli che non parlano più troppo di peccati e inferni, ma ce ne sono tantissimi che continuano a farlo. Ci sono cose anche forse un po’ banali da cui sono infastidito, nei giri da “Guida Michelin delle parrocchie” che sto facendo non è raro trovare parroci che rimproverano quelli che arrivano tardi a messa dicendo che “la messa non vale” per loro, si perdono i punti di quella domenica. Senza contare la liturgia, secondo me fatta troppo di frasi fatte, l’assenza di momenti di silenzio, i canti ormai diventati “spettacolo” in cui c’è qualcuno che canta (anche ampie parti della liturgia) e gli altri ascoltano, magari anche un po’ annoiati e non vedendo l’ora che finisca, ma restano se no perdono i punti. Probabilmente dalle tue parti le cose vanno meglio, non so.

  2. Guardando il video, come sai, non mi sei sembrato affatto “nel pallone”, anzi … Che poi, invece, rivedendoti, tu abbia provato un qualche rimpianto per aver trascurato qualcosa che avresti voluto esprimere meglio, in modo più esaustivo, rientra negli inconvenienti che l’ansia di parlare in pubblico può provocare (la bella panzotta, in effetti, si è mostrata in tutto il suo fulgore!).

    Insisto nella mia contestazione riguardo alla tesi “che un Dio esista non lo possiamo né affermare né negare”: io, ateo pervicace, continuerò ad affermare senza dubbi che “Dio non esiste” fino a quando qualcuno non mi convincerà, con prove oggettive ed inoppugnabili, che è vero il contrario. Su questo punto potremmo dibattere all’infinito partendo da un “trattatello” che ho scritto tempo addietro dal titolo “Di che colore sono le cose che non esistono?” che magari, prima o pio, ti farò avere. L’argomento “Dio / dei / esseri soprannaturali et similia”, però, è determinante perché, fin dagli albori dell’umanità, ha forgiato la Storia degli esseri umani determinando credenze, azioni e comportamenti che, spesso, l’hanno indirizzata in un senso (in generale, a mio parere, peggiore!) rispetto ad un altro. Non ho nulla da rimproverare ai credenti: hanno tutto il diritto, ovviamente, di esplicare al meglio le loro convinzioni e di farsi guidare dai loro convincimenti. Pretenderei, altresì, che la fede di alcuni di loro non diventasse – com’è stato e ancora è – un condizionamento verso coloro che tale fede, come me, non la sentono e non vogliono seguirla. Un esempio, tra i tanti, banale ma attualissimo: “Questa terra è nostra perché ce l’ha data Dio”, affermano sempre più convintamente governanti israeliani di peso, citando un concetto che si trova nella Torah che, almeno al momento, rimane un libro sacro per gli ebrei ma non per il resto dell’umanità.

    Concordo pienamente, invece, che “viviamo immersi in un mistero, in una nebbia che non riusciamo a dissolvere”: anche solo il contesto in cui esistiamo e che possiamo soltanto scorgere, è talmente incommensurabile per le nostre attuali e future capacità, che il mistero e la nebbia resteranno come perenni convitati di pietra accanto all’intera specie umana fino a quando non arriverà, inevitabilmente la sua estinzione. Averne coscienza può produrre, paradossalmente, un duplice effetto: rassegnazione e passiva accettazione, da una parte; curiosità e voglia di capirne un cicinin di più dall’altra.

    Non capisco, invece l’affermazione: “L’evoluzione, la modifica pseudo-casuale del nostro DNA accompagnata dalla selezione naturale, ci ha guidati ad essere quello che siamo”. Perché definisci la modifica del nostro DNA come pseudo-casuale invece, come mi sembra più che provato e universalmente accettato, casuale e basta? Intendi forse, da credente, che un’entità metafisica sia intervenuta sul nostro patrimonio genetico per indirizzarlo verso la realizzazione dei suoi fini? Questa, nel caso, sarebbe un’ipotesi da “nuovi creazionisti” che, consentimi, mi appare del tutto non condivisibile.

    1. Ansioso di leggere il “trattatello” ovviamente, e d’accordissimo, ovviamente, sul giudizio che dai all’imposizione di comportamenti da parte di credenti agli altri (non parliamo poi di cose come “Dio con noi” e “Questa terra me l’ha data Dio”).
      Sull’esistenza di Dio, forse non merita neanche parlarne: io chiamo Dio quella nebbia, in fondo: forse è solo una questione termini … e di ottimismo.
      Ma veniamo alla ciccia interessante: sì, probabilmente sono un po’ “neo creazionista”. Ma mi sembra abbastanza naturale per un credente. Se immagini (non lo posso dimostrare, ovviamente – fa parte dell’ottimismo di cui sopra, delle mie congetture sulla nebbia – a un Dio fuori dal tempo, uno che vede tutto il tempo in una volta, e che ha inventato il tempo per noi, per farci assaporare il quadro un pixel alla volta – la differenza tra l’intervenire a manipolare particelle elementari perché le modifiche al DNA avvengono secondo un suo schema o aspettare un po’ di tempo in più perché succeda per caso è nulla (se lui conosce già il risultato non c’è veramente differenza).
      Secondo me è proprio il *caso* che non esiste per Dio, anzi, forse possiamo trovare sue tracce proprio lì. Le cifre decimali del tuo nickname diciamo che sono random, ma potremmo dire che è il nostro modo di esclamare “non abbiamo (ancora?) capito la regola”. E a parte la pseudo-randomicità matematica anche quella fisica è dubbia (sicuramente per Dio, ma forse anche per noi). Come sa chi lavora nella crittografia generare una sequenza veramente casuale è difficilissimo.
      Mi piace pensare che quello che riteniamo casuale sarà un giorno spiegato da leggi fisiche che la scienza non ha ancora scoperto. Un interessante intuizione, a questo proposito, l’ho trovata in quel libro di cui parlo spesso: “Le illusioni della scienza” di Rupert Sheldrake, dove accenna a questa possibile “tendenza dell’universo a ripetersi” che avrebbe generato tutte le leggi fisiche che oggi conosciamo. Credo sia una forma sofisticata di “neo creazionismo” in fondo.

      1. Ho letto anch’io, qualche anno fa, “Le illusioni della scienza” di Rupert Sheldrake: come ormai mi succede troppo spesso, non ho ricordi precisi del contenuto – già non aver perso memoria del titolo è “grasso che cola”!

        Nel mio personale database in cui esprimo sempre un giudizio sintetico su qualunque cosa io legga, trovo un “discreto” che significa, semplicemente che non mi entusiasmato come invece, mi pare, sia successo a te.

        Così come, nella mia accezione del termine, faccio fatica a condividere il fatto che “Le cifre decimali del tuo nickname diciamo che sono random”. Poiché traduco la parola come “casuale”, mi pare che le cifre decimali di pigreco – numero irrazionale e trascendente – non lo siano affatto!. Ti domando: cosa ci trovi di causale in una costante matematica definita, molto precisamente, come il rapporto tra la lunghezza di una qualunque circonferenza circonferenza e quella del suo diametro? E non mi sembra affatto casuale ma affascinante e misteriosa, la presenza di pigreco in innumerevoli formule, assolutamente corrette e verificate, e che, spesso, nulla hanno a che fare con circonferenza e diametro. Boh …

          1. Beh i libri (e le idee) sono così: qualcuno ci si trova in sintonia, altri no. Credo sia prezioso anche questo, se no sai che noia?
            Perchè giudico random pigreco. Perché non sai mai che cifra viene dopo (parlo della sua rappresentazione decimale), viene effettivamente usato in generatori di numeri casuali un po’ alla buona usando come *seed* l’offset da cui partire. Ha il limite che se uno conosce il meccanismo il “segreto” si riduce al seed usato, e la distribuzione non è forse così omogenea come sembra.

  3. Sono davvero perplesso … Alle scuole medie mi hanno insegnato che se qualcuno dotato di molta pazienza – un calcolatore elettronico, magari? – dividesse la lunghezza di una circonferenza per quella del suo diametro, otterrebbe 3,14 e un’infinita serie di decimali non periodici. Eseguendo l’operazione aritmetica, dunque, ogni decimale non ha nulla di casuale ma un valore preciso e definito. In cosa sto sbagliando?

  4. Non sbagli niente, ovviamente. Probabilmente non son riuscito a esprimere l’idea, ci riprovo.
    Se qualcuno ti presentasse questa sequenza di cifre “7067982148086513282306647093844609550582231725359408128481117450284102701938521105559644622948954930”, immagino che, almeno a colpo d’occhio le riterresti randomiche. Se ti dicessi che sono le cento cifre decimali di pigreco a partire dalla millesima, sapresti la regola e non le riterresti più casuali. In questo caso abbiamo imparato come “capire” una sequenza che ci sembrava casuale. Ora guardando le modifiche che subisce il DNA di una cellula come risultato di radiazioni o semplici errori di copiatura le riteniamo casuali, neanche ci proviamo a “capire la regola”, è un sistema troppo complesso per gli esseri umani. Se immagini qualcosa che è oltre l’umano potresti fantasticare che dal punto di vista di questo qualcosa la regola invece ci sia. Tutto qui.

  5. L’argomento mi appassiona!!
    Il mio essere fondamentalmente *razionale* mi fa amare la matematica, con i suoi straordinari numeri … *irrazionali*. Ops!

    Se posso dire la mia sulla vostra diatriba sul numero pigreco, penso che la casualità citata da Vins non si riferiva ad una completa indeterminatezza delle sue cifre, altrimenti ogni volta il rapporto circonferenza/diametro sarebbe diverso, e non costante universalmente, come giustamente ribadito da PìGì.
    Tanto è vero che Vins ha parlato della difficoltà di utilizzare le infinite e “randomiche” cifre del pigreco per un vero generatore casuale.

    D’altra parte, la caratteristica “random” del pigreco risiede nella sua imprevedibilità.
    Non conosciamo (ancora. Ma forse mai) la regola per determinare qual è la sua cifra milionesima, a parte calcolalarla brutalmente. Siamo d’accordo su questo, vero?
    Cioè non si può determinare con un algoritmo a partire dalle cifre precedenti.
    A differenza di quanto succede nei numeri illimitati periodici, come sappiamo.

    Ad es. la stessa imprevedibilità la troviamo nella distribuzione dei *numeri primi*: non sono certo casuali, cioè non si estraggono a caso da un bussolotto. Ma nello stesso tempo non sappiamo quanti sono e quale sarà il prossimo da trovare (N.B. e vengono anch’essi usati largamente in crittografia).

    Tornando al pigreco, in fondo questo è proprio ciò che mi affascina di questi numeri così anomali eppure così basilari per la natura come la conosciamo (Costanti Universali!): la loro definizione di NUMERO TRASCENDENTE!
    Mi riporta (come un faro nella nebbia 😊 ) al …Trascendente per antonomasia. …Ops! Ops!

    PS. PìGì sono anche io ovviamente interessato a leggere il tuo trattato. E sarei presente anche alla tua …presentazione di Fiorano 😊

    1. Ogni volta che sento qualcuno affermare che la matematica non gli piace o che si tratta di una materia difficile soffro di un attacco di orticaria! Il motivo non riguarda il/i soggetto/i dell’affermazione di cui sopra ma dipende dalla mia convinzione che, gli sfortunati, sono di certo incappati in pessimi insegnanti di tale materia e, per colpa loro, si sono persi e si perdono per sempre la partecipazione ad un mondo meraviglioso, fantastico, appassionante e ricolmo di … “misteri” ancora tutti da indagare e scoprire. Un vero “peccato mortale”!

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